Due città, Monaco e Berlino, sono sullo sfondo di un romanzo al femminile che vede protagoniste quattro donne. Al centro Josepha, docente di filosofia, testimone nel suo diario dell’ascesa e della frana del nazismo, si incamminerà dopo la guerra su un sentiero mistico-religioso forse in grado di riparare le sue ferite; al suo fianco Angela, giovane amica e poi anziana traduttrice, filosoficamente dialogante, del Tagebuch; Lilibeth, brillante e prediletta allieva ebrea di Josepha, fuggita nel ’37 da Berlino alla volta della Francia e Maria, figlia di Josepha, che nella tarda lettura del diario scoprirà i segreti risvolti, psicologici e politici, di sua madre.
Cristina Gianetti, laureata in Filosofia teoretica nel 1980, ha insegnato Filosofia e Storia presso il Liceo classico A. Manzoni di Milano. A partire da interessi prevalentemente ermeneutici (Nietzsche e Heidegger), si è progressivamente accostata a tematiche mistico-teologiche (Meister Eckhart) e ontologiche (Emanuele Severino). Nel novembre 2023 ha pubblicato E anche a te una spada, romanzo filosofico centrato sul senso universale del dolore.




Giovanni Valla –
Nel romanzo Sul sentiero dei re. Diario di Josepha di Cristina Gianetti è veramente notevole e commovente la narrazione del percorso spirituale di Josepha che, in un primo momento, da giovane, aderisce al nazismo perché è convinta che “questa ideologia possa ridare ai tedeschi quell’unità che non sono riusciti a realizzare”. In un secondo momento del suo itinerario nella ricerca della verità, le sue convinzioni si incrinano, soprattutto a causa dell’antisemitismo nazista. Infine, nella terza fase, Josepha, riesce a recuperare la religiosità cristiana e la dimensione mistica della vita, grazie all’influenza del misticismo speculativo di Meister Echkart, come “risposta alle tragedie personali e al male della storia”.
Al di là della trama e la descrizione dei quattro personaggi principali colpisce la profonda rimeditazione filosofica del nazismo.
L’autrice mette efficacemente in risalto le contraddizioni del nazismo riflettendo sul senso di hybris, della tracotanza incarnata dal nazismo, conseguenza estrema della “morte di Dio” teorizzata dal filosofo Nietzsche che propone di rimpiazzare tutti i valori tradizionali con valori che siano diametralmente opposti e la creazione di un diverso tipo di uomo: il superuomo. Il nazifascismo ha una radice nichilistica che non scompare mai del tutto anche nel nostro tempo. Sembra tutto incredibile, eppure è tutto vero e tutto può ripetersi. Basterebbe, a tal proposito, pensare ai rigurgiti di antisemitismo drammaticamente presenti nel tempo in cui viviamo.
La storia che emerge nel romanzo affascina perché tocca quelle situazioni che la vita ci pone: l’amore, la guerra, l’amicizia, la politica, la fede, il lavoro; al centro c’è l’uomo e il suo desiderio di infinito e di eterno. “La nostra precarietà e caducità (…) ha bisogno di cielo, di salvezza, di luce spirituale” (p. 121). L’uomo sente il desiderio di infinito che cerca “nella filosofia, nell’arte, nella musica, nell’amore e anche nella religione” (p. 332).
Fabio Farotti –
Si tratta di una sorprendente (e commovente) sintesi di fantasia, storia, arte, religione e filosofia. Un “romanzo” formalmente “hegeliano”, in cui – attraverso la trama costituita da personaggi inventati (inseriti nel reale contesto storico della Germania nazista e dunque della Seconda guerra mondiale) – è il Decisivo ciò che, dall’inizio alla fine, permane al centro dell’attenzione. Le vicende individuali psicologiche, i tragici eventi storici, i monumenti artistici (quadri anzitutto), gli orizzonti religioso-filosofici ne danno continua testimonianza, incastonandolo. Di che si tratta? Anzitutto della violenza al suo diapason: la Hybris del nazismo e l’immane volume di dolore che essa genera. Quale, se c’è, l’eventuale riparo? Josepha, la protagonista, insegna (filosofia) e, soprattutto, scrive: di sé, della “sua” Germania, della tremenda, dolorosa corrente storica di cui è parte. La scrittura di un diario è la sua prima “salvezza”. Se da giovane aveva visto nel nazismo, come pressoché tutti i tedeschi, la via maestra per ricostruire l’unità etica di un popolo, dopo l’umiliazione di Versailles, ben presto ha modo di rendersi tragicamente conto, rovesciando le proprie convinzioni di partenza, che l’“etica” nazista si risolve, senza infingimenti o residui, nella più sfrenata volontà di potenza – scatenata in particolare dal “popolo eletto” del Terzo Reich contro il concorrente – ben più antico, biblico – “popolo eletto”. Josepha ne scrive e alla fine della sua vita – dopo aver intuito, come per illuminazione interiore, che la vera pace non è quella che può dare il mondo (cfr. Gv 14, 27) – vuole che il diario (sconosciuto anche a sua figlia, Maria), vada nelle mani della sua più cara amica italiana, Angela, molto più giovane, studiosa di Heidegger e anche lei professoressa di filosofia, col compito, se mai riuscisse, di trarne un libro. Il libro è questo.
Silvana Crimella –
Ricordare per dimenticare. E dimenticare tanta enormità, vera hybris, richiede un oblio totale, totalizzante, un annientamento della memoria come soltanto la malattia è in grado di operare. Ma la demenza di Josepha è solo il punto di arrivo di un doloroso cammino attraverso le attente registrazione e ricostruzione di sessanta anni di storia tedesca (dall’ascesa del Nazismo alla caduta del Muro) che determinano un complesso percorso psicologico districabile soltanto attraverso la scrittura.
Non si tratta di una scrittura banalmente appiattita sul semplice racconto dei fatti, ma è lo scrivere di un’insegnante di filosofia abituata ad oggettivare sulla carta i pensieri in un ordine logico, stringente che intesse con grande abilità l’osservazione della propria interiorità con digressioni di ambito artistico e filosofico.
Nel Diario, Josepha mette a nudo se stessa al punto tale da non voler consegnare lo scritto alla figlia; lo affida invece, e solo post-mortem, ad Angela, un’amica più giovane, ma a lei vicina per sensibilità verso l’arte e studiosa di filosofia. Angela si immerge nella lettura del Diario fin quasi ad identificarsi con Josepha, con le sue vicende e con il susseguirsi di eventi storici la cui drammaticità è resa palpabile dalla testimonianza oculare.
Ma Angela non è sola; è in compagnia del lettore che, insieme con lei, viaggia in “presa diretta” attraverso gli anni dell’ascesa del Nazismo, della guerra, della distruzione e delle tremende separazioni. Da tanto dolore si emerge più consapevoli o, quanto meno, forniti di chiavi di lettura utili alla comprensione di ciò che appare assolutamente incomprensibile: il mito del Volk, la teorizzazione nietzscheana della volontà di potenza, le pretese pseudoscientifiche di primati razziali…
Romanzo complesso (come lo sono gli eventi narrati) che chiede al lettore di ragionare insieme con Josepha e, nel contempo, ne sollecita la sensibilità quasi al punto di avvertire il dramma di un’intera generazione.
Tiziano Felice Boaretti –
Un nuovo romanzo di Cristina Gianetti e si ha una vera e propria narrazione in cui la questione del dolore va ampliando lo sguardo alla storia. Un romanzo su due città, Monaco e Berlino, e quattro donne come protagoniste. Ma il “cuore” del romanzo è costituito proprio dal diario di Josepha che l’amica Angela avrà l’incarico di leggere e tradurre. Il diario si apre con una adesione di Josepha, docente di filosofia, al progetto nazista di ricostruire una comunità nazionale coesa, dopo il disastro della grande guerra, ma, tale adesione, verrà molto presto incrinata per l’irrompere del sempre più rapido precipitare verso gli esiti più brutali e criminali del regime nazista. Negli anni successivi, si ha in Josepha una svolta, un recupero pensato e sofferto del Cristianesimo, non si tratta certo con una adesione superficiale, ma di una seria e rigorosa ricerca personale.
In questa ricerca Josepha scopre e studia con fervore la mistica speculativa di Meister Eckhart, in particolare resta affascinata del tema del distacco di derivazione plotiniana, ma riformulato cristianamente dal maestro domenicano. L’entusiasmo di Josepha per queste tematiche nasce anche dall’esigenza di trovare una valida alternativa alla volontà di prevaricazione e dominio che ha condotto ai disastri e ai lutti che ne hanno segnato l’esito. Pertanto la tematica del distacco diventa centrale nella ricerca di Josepha, ma, poi, seguirà “il buio della mente” e sarà l’amica Angela a divenirne l’erede.
Simonetta Orlandini –
Un libro importante, un grande lavoro di studio e di pensiero, attraversato dall’ambizioso intento di spiegare lo statuto e la presenza del male; in particolare, qui, di quel male incarnato dalla folle atrocità del nazismo, ma, più universalmente, del male costitutivo dell’esistenza, nelle sue molteplici varianti: dolore, infelicità, sventura, tragedia, malattia, morte. L’operazione culturale tesa a sterrare le radici di questo, inspiegabile e insieme costitutivo, per l’autrice, fenomeno, si dispiega nella forma di un interessante ed efficace intreccio narrativo che vede protagoniste tre donne, in realtà quattro, di tre diverse generazioni. Da angoli temporali ed esistenziali diversi, secondo modalità filtrate dalla personale sensibilità, dal proprio ‘essere nel mondo’, le tre figure vivono ed esprimono la straordinaria e insieme ‘umana, troppo umana’, vicenda dell’ascesa, affermazione e crollo del regime nazista, dell’orrore di quel capitolo della nostra storia. Il motore della narrazione è infatti il ritrovamento del diario di Josepha – che quella vicenda ha vissuto e patito in prima persona- da parte della figlia Maria, che di quel dramma ha sofferto per l’ostinato silenzio della madre ; ma il nodo del romanzo è Angela, cui il diario era destinato. La sua appassionata lettura mette in moto nella protagonista riflessioni e riferimenti filosofici, storici, artistici che ne puntellano progressivamente il cammino di formazione, muovono una bildung, una trasformazione di postura e percezione : dalla tormentata, iniziale, domanda sul perché di tanta mostruosa violenza, e comunque sulle radici del male del mondo e del dolore nel mondo la ricerca approda a una luce di speranza, all’apertura di un significato dell’accadere in chiave mistica, ma di una mistica umana, molto umana. E molto terreno è il filo di speranza che permea l’intero percorso e accompagna ogni ,pur dolorosa, esperienza delle quattro figure , gioia dà alla protagonista ogni, pur tormentata, scoperta della verità. La sua ricerca è rischiarata, infatti, nel corso dell’intera narrazione, da un grande amore per la vita, da un trasporto profondo per le forme che essa assume nell’arte, nella bellezza, nell’amore, nell’amicizia, nella solidarietà e nell’intelligenza ricercante. La loro potenza alimenta la gioia di scoprire che anche l’orrore e l’errore possono redimersi e acquisire un senso nell’ eternità della vita.