L’Ontologia dell’istruzione si propone di scandagliare, impudentemente, le radici prime e i fondamenti su cui poggia il problematico, complesso e multiforme fenomeno comunemente definito istruzione. Accostare l’ontologia all’istruzione significa, in via prioritaria, porsi il gravoso quesito relativo all’identità dell’istruzione, nonché quello relativo al significato del suo essere (esistere) e alla sua modalità di esistenza. Quali sono, quindi, i criteri di esistenza dell’istruzione? In quali circostanze sussiste, quali sono i suoi limiti e confini? Si è partiti dalla considerazione che, oltre a essere necessario, sia ancora possibile un cambiamento, ma non esiste possibile cambiamento che non poggi su un riconoscimento, su una presa di coscienza che sia, prima di ogni altra cosa, un atto di autocoscienza. L’opera passa dalla trattazione del “mal di scuola”, ossia del malessere che si vive nella scuola e per la scuola, alla definizione di un’autentica comunicazione e azione di natura pedagogica, per giungere successivamente alla caratterizzazione dell’istruzione e alla definizione delle peculiarità della funzione docente.
DANIELE VIGNALI è nato a Roma nel 1973. Dopo aver seguito studi classici, consegue la Laurea in Filosofia. Vincitore nel 1998 di una borsa di studio presso la Humboldt-Universität di Berlino, Dottore di Ricerca in “Modelli di formazione, analisi teorica e comparazione” – Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università della Calabria. Dirigente dell’Istituto Alfred Nobel di Roma dal 2005 a tutt’oggi. Nel 2005 pubblica la traduzione dal tedesco all’italiano dell’opera L’origine dei sentimenti morali del filosofo Paul Rée e, nelle nostre edizioni, l’opera intitolata I Sofisti, retori, filosofi ed educatori (2006).




Stefano Giusti –
Se qualche anno fa siete rimasti affascinati dal professor Keating de L’attimo fuggente, se pensate che la rovina della scuola siano i Jonathan Evans Pritchard e tutti gli epigoni che misurano la poesia con sistemi di assi cartesiani, allora non fatevi scappare questo libro.
E non lasciatevi spaventare dal titolo, che potrebbe apparire “erudito”, forse accademico e riservato a un pubblico di specialisti. Ontologia dell’Istruzione (Daniele Vignali, 193 pagine, Armando Editore, 2025) è un salutare schiaffo in faccia ai meccanismi scolastici del fare e del pensare che, a furia di essere ripetuti acriticamente come un mantra, hanno reso l’insegnamento una routine noiosa, la scuola una mera riproduttrice di aride procedure industriali, e i docenti dei giudici egoici, annoiati, talvolta sadici (o masochisti?), incapaci di riscoprire il senso originario del proprio mestiere.
È proprio questa la strada originale che l’autore ha audacemente intrapreso: non confuta i luoghi comuni e le teorie mainstream con altri sistemi chiusi, né propone soluzioni definitive. Al contrario, decostruisce, scompone, seziona, semina dubbi, lancia provocazioni e induce riflessioni. Spetta al lettore accoglierle o rifiutarle, ma certamente non potrà rimanere indifferente. Questo libro ci costringe a ripensare, in profondità, cosa dovrebbe davvero essere la scuola e quale tipo di relazione educativa dovrebbe legare gli esseri umani.
Se siete docenti, ma anche genitori — e sicuramente ex alunni —, concentratevi sul terzo capitolo. Riflettete, ad esempio, sul concetto di scuola che “sforna” giovani pronti all’uso. Ma per quale uso, se non quello di essere funzionali alla società tecnocratica contemporanea? E questa sarebbe davvero la funzione autentica della scuola? O forse l’educazione dovrebbe tendere a formare individui non conformi, non funzionali — proprio perché è attraverso questi “esercizi di differenza” che si sviluppano la vera autocoscienza, lo spirito critico, l’assunzione di responsabilità? In questo senso, il vero obiettivo della scuola (e di ogni docente) dovrebbe essere la crescita autonoma della personalità del discente, ben prima dell’accumulo di nozioni “utili”.
E che dire — qualche pagina prima (pag. 71) — del concetto di docente distraente? Un geniale ribaltamento del secolare paradigma della “guerra santa alla distrazione”! Diciamoci la verità: quando pensiamo a una classe tipo o a un insegnante tipo, immaginiamo una continua lotta contro la distrazione, vista come un morbo che distoglie gli studenti dal sacro fuoco dell’apprendimento.
E invece no. L’autore ci invita a considerare che la distrazione — finché non diventa mancanza di rispetto — è anch’essa un’esigenza, un momento ineludibile della crescita. Il vero insegnante, colui che si prende cura della dimensione interiore dell’alunno, sa che la distrazione è una richiesta di essere riconosciuti e compresi. Non va combattuta, ma accolta, ascoltata, guidata. Così nasce la figura provocatoria, ma profondamente umana, del “docente distraente”, colui che non si offende per la disattenzione, ma la trasforma in occasione pedagogica. Se questa non è provocazione, allora cosa lo è?
Ma ben venga lo schiaffo, la sfida, persino la beffa, se servono a farci riflettere su come salvare la scuola (e i suoi giovani) dall’appiattimento sulla nozione, sul voto, sulla misurazione di ciò che è “utile” e “doveroso” sapere.
E ancora: come non apprezzare la suggestiva analogia tra la dialettica tesi-antitesi-sintesi (pag. 114) e i momenti di educazione, formazione e istruzione? O la potente critica alla burocratizzazione scolastica (pag. 184), dove il verbale diventa “elemento che supplisce l’evento, ne determina l’esistenza… il significante che diviene più importante del significato e lo sostituisce”? Applausi, per chi ci riporta con fermezza al principio di realtà.
Ma solo elogi? No, non solo.
È vero che talvolta l’autore indulge in un linguaggio sofistico, in circonlocuzioni ridondanti. Si percepisce l’amore per le parole, e forse anche una certa fascinazione per la mitologia come chiave ermeneutica. Ama la filosofia e l’ha studiata a fondo — forse è un filosofo inconsapevole — e possiamo perdonargli qualche eccesso formale, perché il contenuto travolge e supera la forma.
Se dovessi riassumere il libro in un solo epitaffio (nell’accezione greca di “celebrazione”), sceglierei una frase di un filosofo sicuramente caro all’autore:
«Dove voi vedete cose ideali, io vedo cose umane, ah! troppo umane…»
Mariangela Orfei (proprietario verificato) –
“Un libro per tutti,un libro per nessuno”… così affermava Nietzsche nel suo libro “Così parlo Zarathustra”. Ontologia dell’istruzione, un’opera per tutti, certamente, ma comprensibile nel suo significato più intimo e profondo ,da pochi. Un’opera che scuote,che provoca, che fa riflettere, ci fa porre dei quesiti; l’autore non si risparmia, definisce la scuola come “luogo de-moralizzato”; l’insegnante identificato come colui che esprime un giudizio, che non riconosce l’alterita’,in quanto essere dotato di un sentire, ma come un oggetto da valutare, come un prodotto al quale dare un prezzo, la valutazione come resa dei conti!
L’autore mette fortemente in discussione e con toni provocatori la figura dell’educatore, definisce gli insegnanti come piccoli uomini che posano i giovani sulle loro misere bilance, per misurarne il valore determinandone il prezzo! Se fossi un insegnante, mi sentirei fortemente toccata da simile affermazioni, l’autore vuole scuotere l’attuale sistema educativo e lo fa in modo assolutamente schietto e senza filtri. Ho trovato di grande valore ed ho percepito come una carezza la frase” ubi tu,ibi ego” la trasformazione dell’insegnante che al cospetto del giovane gli afferma: “io ci sono” un impegno, una promessa di presenza futura, un impegno profondo ed oneroso( dove sei tu, io ci sono) chissà se un giorno nelle istituzioni scolastiche si troveranno veramente educatori con le caratteristiche che il nostro autore descrive in questa opera che considero straordinaria e straordinariamente provocatoria.
Infine la conclusione definita “fastidiosa intromissione” dall’autore, considerata invece un dono, colmo di sentimento, del sentimento più vero e sincero di un padre verso i suoi figli, un commovente messaggio, un “testamento” che oserei dire ogni figlio vorrebbe ricevere da un padre, la vera ricchezza, quella dei sentimenti autentici, quell’amore autentico che nulla vuole cambio.
Complimenti all’autore Daniele Vignali, che con quest’opera ci insegna qualcosa, che ci scuote e che ci lascia qualcosa.