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L’UNESCO abilita le comunità locali a decidere cosa per loro sia patrimonio culturale, presupponendole responsabilmente impegnate in un lavoro riflessivo sulla propria identità, ma quest’abilitazione, senza un adeguato investimento educativo, rischia di tradursi in pure azioni di marketing territoriale, con conseguente deformazione dell’identità piegata alle ragioni dell’industria turistica, di ipertrofica esibizione della memoria.
Abbiamo oggi come non mai bisogno di un impegno pedagogico in tale direzione. Non basta gioire per il fatto che pochi mesi fa finalmente è stata recepita – dopo ben quindici anni, a seguito di un iter legislativo durato un settennio – anche dal nostro paese la Convenzione di Faro (2005); bisogna lavorare affinché ad essa possa darsi corso nelle concrete pratiche delle comunità. Per il pedagogista significa dover investire in lavoro educativo nella scuola e fuori dalla scuola, per incrementare la coscienza di ogni cittadino e metterlo nelle condizioni di contribuire realmente a manutenere il patrimonio materiale e immateriale che ha ereditato.




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